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I fondi di private equity e venture capital in Italia hanno in portafoglio 2 mila 400 aziende: sale l’attenzione alle piccole


di
Alessandra Puato

I dati del settore al convegno annuale dell’Aifi che nel 2023-2024 è salita da 172 a 183 associati. L’intervento medio degli operatori domestici è di 16 milioni, quello degli internazionali nel Paese è di 55 milioni

A fronte di un anno importante – il 2024 – per raccolta (+77% a 6,7 miliardi dal 2023) e investimenti (+83% a 14,9 miliardi), i fondi di private capital e venture capital  in Italia continuano a crescere. In un anno le società aderenti all’Aifi, l’associazione del settore guidata dal presidente Innocenzo Cipolletta e dalla direttrice generale Anna Gervasoni, sono salite da 172 a 183 con un portafoglio di 2 mila 400 aziende partecipate. In crescita anche il mercato del private debt dove negli ultimi cinque anni i fondi hanno investito in Italia in oltre 600 aziende. In totale, le imprese italiane partecipate dai fondi di private equity, venture capital e private debt occupano 850 mila dipendenti. Lo dicono i dati presentati oggi, 31 marzo, dall’Aifi nel convegno annuale in Assolombarda a Milano, con il contributo di Kpmg.

Obiettivo Pmi

In media, negli ultimi due anni, i fondi italiani di private equity hanno investito per ogni azienda 16 milioni, scegliendo quindi piccole e medie imprese, con necessità di espandersi e internazionalizzarsi. Più alto il ticket d’investimento medio degli operatori internazionali, 55 milioni: la cifra sale a 104 milioni per i fondi americani, si attesta a 84 milioni per gli inglesi e scende a 32 milioni per i francesi. La dimensione media degli investimenti di venture capital è invece di due milioni di euro, mentre nel private debt – in forte crescita, anche in alternativa o in affiancamento ai finanziamenti bancari – l’intervento degli operatori domestici in Italia è in media di otto milioni e quello degli internazionali è di 40 milioni. Chi raccoglie in questo momento più capitali sono le aziende infrastrutturali: 175 milioni, in media. 




















































Effetto family office

«Questa eterogeneità sia per tipo di attività sia per dimensione degli interventi – ha detto Gervasoni – è fondamentale per coprire le diverse esigenze del tessuto industriale italiano». «La raccolta di capitali e gli investitori istituzionali sono cambiati nel tempo – ha detto Cipolletta – mentre a livello internazionale quelli tradizionali hanno incrementato il peso degli asset alternativi nel proprio portafoglio. Al loro fianco sta ricoprendo un ruolo sempre più importante la ricchezza privata come asset manager e family office. In Italia la raccolta rimane la parte più
complicata dell’attività, anche se ci sono alcuni segnali confortanti e le performance del mercato risultano molto positive». 

Mega deal, ma meno exit

Intanto, nel mondo, il calo dei tassi ha favorito le fusioni e acquisizioni. «Nel 2024, a livello globale, inflazione e tassi d’interesse sono diminuiti, creando condizioni più favorevoli al mercato M&A – ha detto Stefano Cervo, partner Kpmg e capo del Privateequity nella società di consulenza -. Nel private equity i valori degli investimenti e degli exit sono aumentati e sono tornati i mega-deal. Gli exit restano comunque ai livelli più bassi del decennio, creando pressioni sulle distribuzioni agli investitori. Nonostante l’attuale incertezza macroeconomica e geopolitica, la liquidità disponibile ed il numero di asset in portafoglio degli operatori che dovrà arrivare sul mercato ci rendono moderatamente ottimisti anche per il 2025».

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31 marzo 2025 ( modifica il 31 marzo 2025 | 11:38)



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